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ZICHRONOT
Manifeste sono a Te le cose
più occulte, le infinite cose segrete avvenute dacché
è il mondo.
Vanità delle vanità,
dice Qoelet, vanità delle vanità, tutto é vanità.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre
la stessa. Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il
luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno, poi
gira a tramontana; gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna.
Tutti i fiumi vanno al mare, eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro meta i fiumi riprendono la loro marcia. Tutte
le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare né mai l’orecchio
è sazio di udire. Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è
niente di nuovo sotto il sole. C’è forse qualcosa di
cui si possa dire: “Guarda, questa è una novità”?.
Proprio questa è già stata nei secoli che ci hanno
preceduto. Non resta più ricordo degli antichi ma neppure
di coloro che saranno, si conserverà memoria presso coloro
che verranno in seguito.
Qo 1,2-11.
Al risveglio il treno
era deserto e fermo nella stazione di non so quale paese.
Pensavo con preoccupazione a quanto accaduto poco prima. Non riuscivo
a leggere quei segni, ad identificare quelle figure, quelle partzufim
e a darmi una spiegazione. Di chi si trattava? Angeli o demoni?
Chi, appartenente al mondo uranio o iperuranio, si sarebbe potuto
divertire in quel modo alle mie spalle?
Ero prostrato, sfinito. Sentivo come se avessi perso qualcosa della
mia vita, come se il sonno mi avesse sottratto gran parte della
mia storia e mi avesse escluso dal suo corso, dal suo ciclo, che
se ne fregava di me e dei miei tormenti.
Mi alzai a stento, dopo aver, per qualche attimo, tentato di raccogliere
tutte le forze superstiti. Raccolsi il pesante bagaglio e mi incamminai.
Conoscevo quella stazione. Vi ero stato altre volte, nella mia infanzia,
quando, con tutta la famiglia, eravamo andati a trovare gli zii
di Melgo.
Per strada mi facevano compagnia odori noti, che si perdevano nella
notte degli anni andati. Strano, come ad essi associavo una profonda
sensazione di tristezza, di malinconia.
“Ah!, Il tempo”, pensavo, “il mio acerrimo nemico.
Il tempo che mi condanna, mi denuda, mi inchioda sulla croce della
mia troppo veloce esistenza e mi costringe a subirne la condanna.
Un tempo che cade in picchiata, a velocità supersonica, inclemente
e crudele, senza pietà né misericordia.
"La mia" pensavo " è la storia di uno che
cammina aggrappandosi ai cornicioni della Vita; Vita votata alla
morte ed alla distruzione. Un tempo vile e vigliacco, che nega H'esed,
La Grande Misericordia, che calpesta Netsah', la Luce di
Eternità e vanifica ogni sforzo teso a raggiungere Hokhmà.
Truce condanna, efferata sorte, essere schiavo di esso”.
Non c’era molta luce. Il cielo era nuvolo. Erano le cinque
del pomeriggio, eppure la malinconia di una penombra che iniziava
ad avvolgermi, mi stringeva il cuore. Melgo era ancora distante
e la stazione ormai lontana. Non c’erano mezzi pubblici e
fui costretto a percorrere quei trenta chilometri a piedi. In fondo
non mi dispiaceva. Volevo prendere tempo, riflettere su quanto,
in quei giorni, mi stava accadendo.
Rallentai il passo e mi divertivo ad osservare l’orizzonte,
che a sinistra della strada malamente asfaltata, non era impedito
da nessun monte. Campagne immense, che si perdevano allo sguardo.
Campi che declinavano dolcemente, coltivati a quadrati che si divertivano
a costruire geometrie complesse e policrome. Una strana euforia
mi pervase d'improvviso. L’aria, nonostante sembrava minacciare
pioggia, era gradevole. In lontananza vedevo numerosi monti azzurrognoli.
Una piccola brezza mi faceva provare leggeri e piacevoli brividi.
Avevo la pelle d’oca.
Continuavo a stringermi nel mio giaccone quasi ad abbracciarmelo.
Mi sedetti lentamente osservando il sole che si faceva largo tra
un pesante e pallido cielo. Scendeva lento sui lontanissimi monti
alla mia destra. Piansi.
Era bello.
Man mano che il sole scendeva, i prati a ponente, molti dei quali
incolti, si coloravano di un rosso pallido. Decisi di tagliare per
essi.
L’azzurro intenso degli alti monti in lontananza faceva contrasto
con la tiepida porpora che avvolgeva il pallido paesaggio che si
illuminava di un arcano lucore. Me ne andavo lentamente, camminando
su un terreno pesante, forse a causa di un recente temporale abbattutosi
in quella zona.
Mi dirigevo verso occidente, con il sole davanti che ormai sprofondava,
come la mia vita, nell’orizzonte degli eventi del buco nero
che mi inghiottiva lentamente.
Camminavo verso un casolare diroccato. L'erba dei campi mi arrivava
sulle ginocchia. Ormai il freddo della sera diventava sempre più
pungente e pensai di riposarmi in quella cascina. Mi sedetti tra
quattro mura senza soffitto e poggiato con la schiena contro il
freddo tufo, osservavo il meraviglioso spettacolo del cielo stellato.
Ne ero sempre restato affascinato, ma quella notte aveva qualcosa
di speciale. Non avevo mai contemplato qualcosa di simile. Restai
incantato, ipnotizzato da quella meraviglia, non so per quanto tempo,
coperto con la pesante borsa colma di libri, per cercare di stemperare
il penetrante gelo di quella notte.
Strano a dirsi, ma - forse il sibilo del vento, portatore di eco
arcane - mi sembrava di ascoltare una soave melodia. E’, ancora
oggi, qualcosa di inspiegabile e di inenarrabile il fatto che quel
debole suono mi facesse sentire rilassato, che mi portasse a entrare
negli abissi delle mie profondità e a spaventarmi nella immensa
oscurità della mia anima.
Pensai a Pitagora, alla musica delle stelle. Alla meraviglia che
esse suscitano, alla theorìa, all’epitaffio
kantiano. Pensai al big bang, al tempo, al rumore di fondo.
Pensai alla spaventosa immensità del nostro universo e alla
sua piccolezza, in virtù della possibilità dell’esistenza
di universi paralleli: centinaia, migliaia, milioni, miliardi ...
Pensai alla mia miserabile storia, alla sua infimità ontologica.
“Ah! Se l’Eterno - Benedetto Egli sia - non
avesse eretto la sua Legge contro il suicidio ...”
Lo spettacolo dell’alba, eguagliò, quasi, quello della
notte. Il freddo ormai era insopportabile e decisi di compiere il
grande sforzo: mettermi in cammino.
Era qualche ora che camminavo, stanco e affamato, e a quel punto
considerai seriamente l’eventualità che mi fossi perso,
quando, da lontano, vidi qualcosa che si avvicinava lentamente.
Davanti a me c’erano due enormi querce e qualcosa mi spinse
a sedermi alla loro ombra.
“Come si chiama questo luogo?”.
Ero angustiato dall’idea di non ricordare quei posti e di
aver camminato nella direzione opposta.
“Perché non ho seguito la Strada e mi sono addentrato
nelle campagne?”
E mentre rimuginavo, quelle figure diventavano un po’ più
grandi e riconoscibili. Erano tre uomini che camminavano verso di
me.
“Mamre!”.
Il sangue mi si gelò nelle vene.
La mia mente fu investita da una serie di immagini violente e convulse.
Vidi milioni di stelle, sconfinate distese di sabbia, bagliori accecanti
che, come grossi fuochi sacrificali, passavano a velocità
vertiginose tra carcasse di animali squarciati. Rumore di carri
fracassati da onde colossali. Milioni di morti, barbarie, efferatezze,
la svastica del Terzo Reich, milioni di bambini con la stella di
David e la scritta Jude piangere, piangere, piangere. Le
immagini diventavano sempre più veloci, più convulse,
più potenti. Ero nell’occhio di un ciclone e non riuscivo,
nonostante continui e reiterati sforzi, a dominare la violenza di
quel turbine che mi portava a subire, impotente, emozioni fortissime.
Ero fradicio d’acqua, acqua in cui nuotare, come quella che
usciva dal Tempio nella visione di Ezechiele e sentivo ardere la
mia pelle, le mie viscere. Il cuore fondeva dentro il mio petto
e nello stomaco un dolore lancinante diventava sempre più
insopportabile. Ero legato, come in una camicia di forza, sopra
un veloce carro che percorreva a velocità inaudita quelle
campagne e i cieli che le sovrastavano. Alle mie spalle una grossa
scia di fuoco che faceva del Mercabà una meteora,
un jet supersonico.
Mi ritrovai in un letto dalle lenzuola morbide e profumate di Marsiglia.
Sembravano i dolci raggi di un debole sole mattutino, quelli che
penetravano dagli interstizi di due grosse ante lignee che stavano
a guardia di una grossa finestra che mi ricordava un grosso portale
di una cattedrale romanica.
“Simòn”
Era la voce di Tecla, la ricordavo bene. Una voce dolce e profonda,
che infondeva, in chi ascoltava, calma e sicurezza. Me la trovai
di fronte, quella figura forte e decisa. Non era affatto cambiata.
Il faccino rotondo e delicato, la fronte alta sulla quale scendevano
due ciuffetti di capelli che formavano come un sipario o una tendina
da finestra, che partiva dal centro di una falsa riga che conferiva
alla cuginetta un aspetto acuto, solare.
“Tecla - esclamai senza forze - dove mi trovo?”.
“Sei a Melgo, in casa mia. Tu piuttosto, come ti senti?”.
Annuii col capo quasi a rassicurarla. I suoi occhi grossi e infantili
suscitavano enorme tenerezza. Mi facevano quasi rimpiangere di aver
procurato, con la mia venuta, tante preoccupazioni e di aver fatto
passare una notte insonne a quella dolce e preoccupata ragazza.
“Ti abbiamo trovato sotto le querce di Montolivo e sembrava
che dormissi. Ti abbiamo chiamato, ma non rispondevi; poi ci siamo
accorti che eri sudato fradicio e avevi la febbre altissima. Maria
è stata la prima a riconoscerti. Per fortuna ieri mattina
ci siamo recate alla stazione per spedire dei pacchi in città,
altrimenti non so come sarebbe andata a finire”.
“Simòn! Come ti senti?”
Era la voce di Maria, la più piccola delle tre cuginette.
Ricordavo molto bene il suo timbro di voce, che spesso mi divertivo
ad imitare.
Come era cambiata Maria; erano cinque o forse sei anni che non la
vedevo. La ricordavo con i capelli giallo ocra, molto lunghi e ondulati;
infantile nella gestualità e molto irruente. La figura che
mi trovavo di fronte, invece, era l’ipostasi della compostezza
e dell’equilibrio. I capelli corti, castano chiari; degli
occhialetti rotondi che le facevano apparire il visino ancora più
minuto e delicato. Le manine lunghe e affusolate che mi carezzarono
la fronte con molta delicatezza.
Aveva potuto avere quindici o sedici anni; non più di tanto.
Eppure ne dimostrava molti di più.
“Dov’è Teresina?”. Chiesi dopo aver notato
la sua assenza.
Era la seconda, in ordine di età; poteva avere diciotto anni
o giù di lì. "Il genio di famiglia”, come
era scherzosamente definita. Era molto decisa a continuare gli studi
all’università, nonostante l’enorme distanza
del paesino di residenza dalle scuole superiori. La sua innata determinazione
l’aveva condotta ad essere ferma nei propositi e a superare
con facilità numerosissimi ostacoli per poter frequentare
il liceo, dislocato a sessanta chilometri da Melgo. La sua innata
forza e caparbietà, però, era costantemente tradotta
nella sua gestualità quotidiana, nel suo discorrere, nei
suoi modi. Sembrava che conoscesse perfettamente, per ogni cosa
che faceva o per ogni progetto che si accingeva a portare a compimento,
il da farsi.
“E’ fuori con un’amica - subito rispose Maria.
Sta preparando un esame ... “.
“Si è inscritta poi all’università?”.
“Sarebbe stato strano il contrario. Hai per caso dimenticato
il suo caratterino?”.
“E zio Sebastian ... ?”.
“Neanche il terremoto l’avrebbe fermata!”.
“Dove si é inscritta?”.
“Lettere Classiche”.
“Appunto!”. Risposi con aria forse comica, dal momento
che suscitai le risa di Maria e Tecla.
“Quando torna?”. Chiesi, spinto da una forte voglia
di rivederla.
“Dovrebbe tornare verso le otto di stasera. Sono cinque giorni
che non é a casa. Sta studiando con Francesca, una collega
universitaria. Passano alcuni giorni a Melgo e alcuni a casa di
Francesca ... sai, la distanza. Le accompagnerà suo padre
e starà qualche giorno con noi”.
"Dove sono zio Sebastian e zia Elsa?" ripresi.
"Sono da tre mesi in Linguadoca da un loro cugino".
La mattinata passò a chiacchierare e a scherzare. Mi sentivo
bene in quell’ambiente.
Il pranzo fu favoloso. Mangiai moltissimo e di tutto. Non mangiavo
così da anni.
Nel pomeriggio uscii per le campagne. Ero sereno e rilassato. L’aria
salubre di quel posto mi inebriava.
Tecla e Maria erano sole in casa. Zio Sebastian e zia Elsa erano
ospiti di un parente in Francia da alcuni mesi - da quello che capii
la situazione economica di quel lontano zio d’oltralpe era
disastrosa - e cercavano con la loro presenza e l’aiuto materiale
che potevano offrire, di risollevare le sorti di quella famiglia,
sfortunata e quasi allo sfacelo.
Dopo pranzo Maria mi portò a fare una lunga passeggiata.
Nonostante l'altitudine non eccessiva - Melgo era a circa seicento
metri - a poca distanza dalla casa di zia Elsa, si estendeva un'immensa
faggeta. Camminammo per molte ore, spesso con qualche difficoltà,
a causa del terreno leggero ed umido del sottobosco, coperti da
quei grandi alberi dal fusto grigiastro.
Respiravo a pieni polmoni: quell'aria mi inebriava.
Ci fermammo in una radura e ci sedemmo su un enorme tronco, forse
abbattuto dalla violenza di un temporale. Ricordo le centinaia di
grilli che cantavano e mi saltavano sui piedi, le risate di Maria
di fronte al mio timore per gli insetti.
"Come sei strano Simòn" diceva mia cugina ridendo
" sei sempre stato così ... delicato ... raffinato insomma"
E ridemmo, un po’ di tutto; dei miei capelli spettinati e
costantemente in disordine, dei suoi occhialetti "alla moda",
di quando un cinghiale entrò in casa mangiò le scarpe
di zia Elsa, tra il panico generale.
Il colmo dell'ilarità la raggiungemmo quando improvvisamente,
credendo di essere stato attaccato da uno sciame di insetti saltai
in avanti e mi accasciai al suolo con la testa fra le braccia. Lo
spavento fu enorme anche perché Maria, vedendomi compiere
quel balzo e non sapendo cosa stava accadendo, incominciò
a gridare. Allora io fuggii a gambe levate, pensando che lo sciame
era più grosso di quanto avevo temuto e invitavo Maria, con
gesti e grida, a fare altrettanto. Solo successivamente ci accorgemmo
che erano trucioli di legno che cadevano dall'alto di un albero
a causa di un picchio che banchettava.
Sul sentiero del ritorno eravamo colmi di gioia.
"Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra
lingua si sciolse in canti di gioia".
Una volta a casa, ci sedemmo sulla loggia ad ovest della masseria.
Ero seduto su un'ampia panchina di faggio, costruita da zio Sebastian.
Accanto a me c'era Maria; più in là Tecla. Il sole
era già tramontato. Il monte Dabra era in controluce e l'arancio
pastello degli ultimi raggi del sole gli faceva da corona. L'aria
era diafana e frizzante. Eravamo in silenzio, con le schiene appoggiate
ai duri mattoni e i piedi stesi sulla balaustra di faggio che circondava
la casa.
Un po' dopo rientrammo nell'immensa cucina della masseria: aspettavamo
il ritorno di Teresina.
Verso le venti e trenta sentimmo il crepitio dei pneumatici sull’aia
sterrata della masseria.
“Teresina!”
Tecla e Maria saltarono dalle sedie e si affrettarono ad andare
incontro alla sorellina e agli ospiti che sarebbero rimasti a cena
da noi.
La sorpresa fu enorme. Teresa saltò dalla gioia nel vedermi.
“Quanti anni - esclamò con gli occhi bagnati. Quanti
anni Simòn!”
“Eh! Non esagerare - esclamai per sdrammatizzare. Non sono
poi mica tanti”.
Mi accorsi solo in un secondo momento di un uomo alto, dai capelli
bianchi con qualche venatura di grigio, molto giovanile nel portamento.
Aveva un aria serena e sorrideva continuamente. Si presentò
come Antonio, padre di Francesca, l’amica di Teresa.
E Francesca entrò, con tre grosse borse da viaggio nelle
mani.
Sembrava una bambina. Aveva appena diciotto anni. Non era molto
alta. I capelli erano di un castano chiaro, molto chiaro. Gli occhi
erano di un azzurro intenso, la fronte alta. Il viso era molto delicato
e il nasino era di una grazia indescrivibile.
Si presentò pronunciando a stento il suo nome.
Durante tutta la cena, non pronunciò una sola parola.
Di contro io fui abbastanza loquace. Sembrava che parlassi dei miei
libri, dei premi vinti e della mia modesta fama solo perché
cedevo alle insistenze dei commensali. In verità provavo
un sottile piacere nel suscitare l’ammirazione e quella sorta
di riverenza nei confronti della mia figura di studioso e di scrittore.
Dopo aver ingurgitato un favoloso liquore fatto da zia Elsa, andammo
tutti a letto.
Quella notte non dormii molto. Qualcosa mi turbava. Ero inquieto
e, questa volta, non c’erano ragioni apparenti.
“Forse - pensai - sarà la lontananza dalla mia camera
d’albergo, la lontananza dal guscio di Sefre che non lasciavo,
ormai, da anni”.
Cercai, per stordirmi, di leggere qualcosa di leggero. Dovevo completare
la lettura dei Bunderbrook di Thomas Mann. Aprii il libro
e mi immersi in quel mondo lontano, distante.
In verità non ero attento a quanto leggevo. Dopo una decina
di pagine mi accorsi di non aver capito. Non seguivo quanto leggevo;
la mia mente era altrove.
Provavo una sensazione di profonda tristezza. Mi ritrovai a pensare
a me stesso, alla mia vita, alla mia solitudine.
“Questa trasferta mi ha fatto male”. Pensai. Una volta
fuori dalla mia alcova non ero lo stesso Simòn di qualche
ora addietro. Il confronto, la relazione con gli altri mi procurava
una tremenda sofferenza. Non soffrivo per il rapporto con gli altri
in sé. Ero quasi arrivato a teorizzare che soffrissi per
la profonda solitudine, non solo ontologica, che stringeva come
una morsa la mia vita.
“Come è caduta in basso la mia riflessione!”.
Sembrava degenerata, immiserita, incarnata, decaduta dalle altezze
teoretiche che cercavano le cause del mio malessere in un universo
metafisico che trascendeva di gran lunga la carnalità e la
miseria di una contaminante e degradante materialità antropologica.
Perché allora, quella sera, piangevo in quel modo?
Non sarebbe dovuto essere così, visto che ero in compagnia
di persone che mi volevano molto bene.
Eppure non avevo mai sofferto tanto. La luna era alta e il suo arcano
lucore, empiva la stanza di un insolito chiarore.
Spensi la luce e rimasi attonito di fronte allo spettacolo delle
stelle. La profonda ed intima sofferenza mi rendeva estremamente
emotivo. Non riuscivo a frenare le lacrime di fronte a quella meraviglia.
Così, come se folgorato dalla più dolce delle Sefiroth,
la soave Hokmah che ormai avevo ipostatizzato e sublimato
fino a renderla la più dolce delle amanti e l’agognato
oggetto del desiderio nelle notti insonni di disperata ricerca,
successe qualcosa che rese quella notte memoriale di una
storia che stava per toccare l’apogeo di un chiasmo, che iniziava
e finiva nel buio dello sconforto e dello scacco esistenziale.
Rividi tutta la mia vita; si crearono, nel mio livido cervello,
milioni di canali, migliaia di ponti. Capii! Capii! La Sapienza
era passata; era lei! Era potente, bellissima, tremenda e terrificante.
Intuii, fu un attimo, veloce e agghiacciante; un attimo che non
controllavo, che non dominavo. Continuavo a piangere senza interruzione.
“Basta! - gridai - Basta! Ero felice, come in estasi. Piangevo
per quel rapimento che travolgeva i miei sentimenti e la mia sfera
cognitiva. Tutto aveva un senso, un significato: amavo Francesca,
di un amore immenso, smisurato, sterminato, vastissimo. Soffrivo
perché avevo sempre avuto un disperato bisogno di essere
amato, di sentirmi amato.
Ero in lacrime, piangevo a dirotto. “Non mi basta il tuo amore,
Hokmàh, non ti sento, non ti vedo, non mi sei accanto.
Voglio essere abbracciato - piangevo - voglio che tu mi stia accanto,
che mi stringa forte, che senta il tuo respiro, che senta le tue
forti braccia intorno alla mia vita, che senta la tua carnale protezione”.
Ero disperato. Non mi ero mai rivolto in questi termini al mio amore.
Piangevo e mi ribellavo, mi ergevo contro la mia storia, contro
tutto quello che fino a quel momento mi era di più caro e
prezioso.
Ero prostrato sul freddo pavimento e piangevo, pregavo l’Adonai,
benedetto Egli sia, che mi stesse accanto, mi abbracciasse, mi accarezzasse,
mi consolasse.
“Sono di carne, mio Signore; vivo per mezzo, con e nella materia.
Ho bisogno che tu mi stia accanto - supplicavo - ho bisogno di sentirti,
di essere concretamente nelle tue braccia. Ho bisogno di Te.
La mia vita sembra finire, mio Signore.
Non mi resta più niente e nessuno.
Il dolore è sempre più forte, lancinante, insopportabile.
Dolore di una storia negata, di speranze insperabili, di una vita
atroce, che mi risucchia nel baratro senza fondo della solitudine.
La mia vita non ha più orizzonti; persi nelle brume delle
campagne abbandonate delle mie ore, di un tempo che passa, inesorabile;
di un tempo che, adesso me ne rendo conto, ho perso, irrimediabilmente
perso.
Stanotte sono solo. E’ la solitudine, che pesa come un macigno
sulle mie viscere, quasi a schiacciarmi, a togliermi il respiro.
Sono solo. Solo con la mia croce, solo con il mio niente, solo,
forse senza più me stesso, che non trovo, non vedo, più
non conosco; solo con le mie lacrime, dolci e copiose, che come
unguento soave bagnano, ultimi flutti di un fiume di cui solo il
profondo alveo ne ricorda il passato, l’arido deserto della
mia triste, triste vita”.
Improvvisamente - forse per la quantità di lacrime che caddero
dai miei occhi - mi sentii rilassato. Mi strinsi nella coperta,
come a cercare rifugio in essa. Sentivo freddo... molto freddo.
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