3

SHOFAROT

Ti sei manifestato nella Tua nube di gloria per parlare al popolo a Te consacrato. Dal Cielo gli facesti udire la tua voce.

 

Disse Rabbà, e secondo altri Rab Hisdà: Se un uomo vede che gli capitano delle sofferenze, esamini il suo operato, secondo quanto gli fu detto: “Vogliamo esaminare la nostra condotta e indagare, e vogliamo tornare al Signore” (Lam, 3,40). Se ha esaminato e non ha trovato nulla, egli deve attribuire le sofferenze all’aver trascurato la Legge, secondo quanto fu detto: “Beato l’uomo che tu ammonisci, oh Signore, e lo ammaestri per mezzo della Tua Legge” (Sal. 94,12). Se poi ha attribuito le sofferenze all’aver trascurato la Legge e non ha trovato che ciò corrispondesse alla realtà, allora si tratta di sicuro di sofferenze per amore, secondo quanto fu detto: “Colui che il Signore ama, Egli lo castiga” (Pr, 3,12).


Il Trattato delle Benedizioni (Berakhot) del Talmud babilonese,
a cura di Sofia Cavalletti, U.T.E.T. Torino, Me-emathàj 86.

 

Era la mattina successiva. Il passaggio di Hokmah era ormai lontano.
Non capivo. Perché il Signore, benedetto Egli sia, permetteva che io subissi gli attacchi violentissimi dell’angelo della morte. Se concedeva ad uno degli Ofanim di attaccarmi di fronte e di stringermi alle spalle, una ragione doveva esserci.
Cercavo ardentemente una spiegazione, un senso a quanto stava accadendo.
Hokmah era lontana, persa negli anfratti di un tempo andato, nei meandri di un eone remoto.
L’immagine di quegli occhi, però, non mi lasciava un istante. Era impressa nella mia mente come su una lastra fotografica, sulla quale i dettagli non sono ancora differenziati e l’avevo sempre davanti. Non mi lasciava più in pace. Erano gli occhi di Hokmah, occhi nei quali io scomparivo, occhi che avevo sempre davanti, dolce incubo che mi perseguitava. Quando capitava che non li vedessi, mi sforzavo con tutte le mie forze di ricordarli. Quegli occhi erano divenuti una sorta di sostanza stupefacente: non potevo farne a meno. Gli stessi occhi di Giulio, di quel giovinetto nel treno, gli occhi di Francesca, gli occhi di Hokmah. Ormai le mie preghiere erano rivolte solo a Lei.
Erano ormai passati alcuni mesi. Ero partito da Melgo già da molto tempo. Mi ero trasferito in una pensione di Tem, un paesino di montagna nel nord Italia.
Era il vespro della festa di Rosh ha Shanah , il giorno del ricordo.
Passeggiavo per quegli sterminati altipiani e in quel silenzio innaturale sembrava che qualcosa suonasse. Era lo shofar, insistente, ieratico.
"Il Signore s'innalza fra lo squillare delle trombe, renderà manifesta la fine, fissando il tempo preciso, avanzerà coi turbini di Neghev e gli imperi nemici saranno distrutti".
A pochi metri da me si innalzava un altissimo cedro. Poteva essere alto quindici o addirittura venti metri. La sua chioma si estendeva in larghezza quasi quanto in altezza. In alto a sinistra il fogliame era più rado, per poi, scendendo, rinfoltirsi, tanto da sembrare il naso di una figura umana vista di profilo.
Seduto appoggiato con la schiena al suo dritto e marmoreo tronco una esile figura con un libro fra le mani le quali coprivano il frontespizio e la quarta di copertina. Era un uomo anziano, con una folta barba bianca, intento a leggere.
"Sta suonando, Simòn - disse - e beato è l'uomo che conosce la terua', il suo suono. Egli procede alla luce del volto del Signore".
"Non è la prima volta che lo sento suonare, Rabbi ".
"Ogni sua nota è misteriosa, come è misteriosa ogni cosa che ti circonda. Ogni sua nota, come ogni cosa, è una piccola parte dell'Ordine Universale".
"Un ordine che cerco di intellìgere, ordine meraviglioso, meta sofferta e agognata del mio pellegrinare"
"Ciò che ti sembra troppo meraviglioso, Simòn, non l'esplorare, e ciò che è nascosto, non andare a scavare per trovarlo; cerca l'intelligenza di ciò che ti è permesso e non ti immischiare con i segreti"
Erano le parole di Ben Sirach:
"Non cercare le cose troppo difficili per te,
non indagare le cose per te troppo grandi.
Bada a quello che ti è stato comandato,
poiché tu non devi occuparti delle cose misteriose.
Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità,
perché ti è stato mostrato più di quanto comprende un' intelligenza umana.
Molti ha fatto smarrire la loro presunzione,
una misera illusione ha fuorviato i loro pensieri".
Tornai in pensione. Era tardi. Un uomo ed una donna, chiusero le porte appena varcai la soglia dell'hotel . Sembrava che stessero lì solo per aspettare che rientrassi.
Le porte restarono chiuse. Per sempre.
“Ti ho perso, mio dolce dolore. Non vedo più il tuo colore, il colore intenso dei tuoi profondi occhi.
Sento ancora, però, il tuo sguardo pesante nelle mie viscere.
Dove sei? Atrocità della sorte, che ha occultato il ricordo.
Eppure il solco del vomere dei tuoi occhi, che ha dilaniato la carne del mio cuore, non accenna a richiudersi ”.
Amavo Francesca. Amavo quegli occhi, di un amore immenso, disperato, non dicibile, non esprimibile. Ogni qualvolta mi ritrovavo a pensare ad essi, il vuoto nel mio stomaco si trasformava in abisso, tremavo come una foglia e grondavo litri di sudore.
Non ricordo nient’altro di quel giorno.
Mi ritrovai qualche giorno dopo in una cella piccola e sporca, malamente illuminata. Le altissime pareti verde opaco; un piccolo lavabo in fondo a destra accanto ad una porta di legno bianco laccato, sempre aperta. Dal mio letto scorgevo una piccola latta rettangolare, attaccata forse con due viti all'esterno della porta della stanza. La mia era la numero 137.
La finestra, invece, era imponente. Sembrava quella della camera di Melgo, dove mi ritrovai al mio arrivo. Ora però, non vedevo raggi di sole che filtravano da essa. Era chiusa, sigillata. Non è mai stata aperta. C'erano un uomo ed una donna, uno sulla destra e l'altra sulla sinistra.
I Guardiani della soglia non mi hanno permesso mai di aprire quelle ante; mai.
Accanto al mio, c'era un altro letto. Per tutti gli anni trascorsi in ospedale, non è mai stato occupato.
Son rimasto lì per quindici anni circa, perseguitato da quell’immagine.

 


E' tardi. La luce del mio studio mi provoca un enorme fastidio agli occhi. Mi accingo a completare con grande sforzo e sofferenza questo piccolo saggio a carattere midrashico su due passi del libro del Qoelet. Ora che ho terminato, mi accorgo invece, di avere redatto di getto, in due giorni appena, un aggadà, un racconto, una narrazione.
E' il giorno 8 di Av. Fa caldo. Mancano due ore al tramonto. Fra un'ora incomincerò il digiuno. Durerà ventiquattro ore. Forse di più: per il resto dei miei giorni.
Domani, se l'Eterno - benedetto Egli sia - vorrà, tornerò a lavorare... Forse no, non ho più forza.


Io sono l'uomo che ha provato la miseria
sotto la sferza della Sua ira.
Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare
nelle tenebre e non nella luce.
Solo contro di me Egli ha volto e rivolto
la Sua mano tutto il giorno.
Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle,
ha rotto le mie ossa.
Ha costruito sopra di me, mi ha circondato
di veleno e di affanno.
Mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi
come i morti da lungo tempo.
Mi ha costruito un muro tutt'intorno,
perché non potessi più uscire;
ha reso pesanti le mie catene.
Anche se grido e invoco aiuto,
Egli soffoca la mia preghiera.
Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra,
ha ostruito i miei sentieri.


Simòn Degrènd
Giovedì 22 luglio 1999

Post Scriptum

E’ ancora estate, ma fa freddo, molto freddo.
Oggi non ho piantato alberi.
In salotto c'è un impiegato della Zefur Editrice, venuto perché gli consegni questo manoscritto, perché pianti il mio albero.


La mia esistenza si é persa
nell’abisso di due oceani.
Non vedo altro,
ancora oggi.
Ne sento le profondità, i battiti, la potenza.
Ed ora, alla deriva, navigo.

Oh piccolo mare forte e tempestoso,
vorrei non averti mai incontrato.
Eppure ci sei, mio dolce dolore.
Sei lì a lacerare il mio cuore,
nel buio dei miei pensieri.
E non vuoi andar via, piccolo mare forte e tempestoso,
per non lasciare la mia vita,
nel gelo di una notte che non ha colore;
nel buio di una notte di un oceano mai solcato,
di un mare che non ho mai attraversato,
di un mare che ho per sempre perduto.

Simòn Degrènd
Sabato 11 settembre 1999
Festa di Rosh ha Shanah
Giorno dello shofar, del ricordo, del giudizio.

Home