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Prologo
Le pesanti pietre di granito ricavate dal monte Orbil, malamente squadrate ed ingrigite dalla fuliggine e dal tempo, si incastravano l’una sull’altra e salivano a costruire una maestosa torre, abbarbicata sulle pendici di quella poderosa altura, circondata dalle sconfinate Terre Boscose d’Oriente.
L’aria era frizzante. E l’eterna brezza dell’est, per fortuna, era tornata a spirare.
Atineres era alto all’orizzonte e inondava della sua luce eterea la vecchia torre, che proiettava la sua lunghissima ombra sul fianco del monte Orbil, circondandolo come in un abbraccio.
Mentre mi avvicinavo, la torre di Acrecir si faceva sempre più imponente.
Maestosa! Si scorgeva già a molti resumi di distanza, appena si usciva dai fittissimi Boschi di Etton.
Non aveva porte. O forse… un tempo ce l’aveva. Ora si accedeva da una breccia molto ampia aperta sul davanti. Ma più mi avvicinavo, cercando di non inciampare sui grandi sassi sparsi sul sentiero, forse caduti dalla torre stessa, più la guardavo con occhi nuovi. Di sicuro non l’avevo mai vista, ma era come se la conoscessi da secoli, come se quell’immagine fosse parte della mia memoria, della mia vita.
Non me l’aspettavo diversa da come la stavo vedendo.
La guardavo, cercando, mentre camminavo, di non inciampare, perché ormai avevo smesso di guardare la strada sterrata costellata di sassi. Ed una profonda malinconia si radicava dentro di me sempre più profonda, perché mentre mi avvicinavo mi accorgevo, come per la prima volta, che dimostrava tutti i millenni che aveva.
“La mia vecchia e maestosa torre”, pensavo con profonda tenerezza, pur sapendo, in coscienza, di non aver mai visto quella costruzione.
Era diroccata in molti punti. Uno dei dodici merli, quello che guardava a nord-est, nella direzione dalla quale provenivo, era crollato completamente.
“Potrebbe essere una coincidenza”, mi ripetevo. Ma oggi so che non lo era affatto. Quello che in questi millenni i miei occhi hanno visto, compresi i fatti della storia che sto per raccontare, mio sconosciuto lettore, mi hanno convinto dell’esistenza di un filo sottile che lega tutti gli eventi.
E’ un concetto non semplice da spiegare. Eppure tutte le scene di una storia sono come cucite insieme da una sapiente mano. Ed ogni fatto, anche apparentemente insignificante, isolato, partecipa di una comune energia, di un misterioso intreccio, di un unico destino.
Già allora sospettavo fortemente che quel merlo fosse crollato proprio in quel giorno. In quel giorno funesto e glorioso, nel quale il vento di Grecale, araldo di benessere, aveva spirato la sua ultima impetuosa raffica. Le due cose non potevano assolutamente essere slegate. E il legame tra i due eventi diveniva sempre più manifesto, lampante.
Fissavo la figura di quella fiera torre che mi era sempre più cara ed ora destava nel mio animo una serenità profonda. Sarebbe stata, da quel giorno, il mio dolce rifugio, la mia ultima e millenaria dimora.
Continuavo lentamente ad inerpicarmi per il brullo sentiero del monte Orbil e tra i riflessi dei raggi di Atineres, il sole che non tramonta, la vecchia Acrecir sembrava d’avorio. Era molto alta e senza finestre, ma aveva lunghe feritoie molto strette, dalle quali mi era parso di scorgere una figura in movimento.
Mi fermai ad osservare la feritoia che guardava nella mia direzione e vedevo qualcosa o qualcuno che si muoveva. Era alta e non riuscivo a distinguere bene cosa succedesse lassù. Devo confessare che d’improvviso mi il mio cuore si riempì di inquietudine. Mi sentivo osservato. C’era, in quel luogo, qualcuno o qualcosa alle mie spalle, comparso improvvisamente che mi paralizzava. Io continuavo a fissare il fiero torrione e non avevo la forza o forse il coraggio di voltarmi. Fin quando un frastuono tremendo fece sussultare il mio cuore nel petto. Ero nel panico. In men che non si dica mi vidi crollare addosso, come un turbine fragoroso, un essere gigantesco. Caddi, atterrito dallo spavento improvviso, senza avere neanche il tempo di pensare o di estrarre la mia spada e rimasi irretito sotto i potenti zoccoli di Miomaer, il possente cavallo bianco del vecchio Atirev, il quale, per mia fortuna, uscì quasi nello stesso istante dalla breccia della torre, evidentemente spaventato anch’egli dal trambusto, mentre il cavallo continuava, minaccioso, a puntare i suoi bronzei zoccoli sul mio volto.
“Miòh!” pronunciò con voce stentorea il vecchio saggio dalla lunga barba bianca. Il cavallo si reggeva sulle due zampe posteriori in perfetto equilibrio ed agitava le zampe anteriori. Se avesse voluto, si sarebbe potuto abbattere su di me, schiacciandomi come un fuscello.
“La nostra immortalità – sentenziò pacatamente il vecchio, quasi a mo’ di rimprovero nei miei confronti – non significa che la morte non possa essere, ad ogni passo, in agguato. I millenni che hai vissuto, Ogigas – continuò rientrando lentamente nella torre e voltandomi le spalle – non ti hanno ancora insegnato la prudenza”.
“Atirev!”, gridai paralizzato ancora dal fiero Miomaer che impennava dritto ed altissimo sul mio viso.
“Miòh!... Sah!”, gridò con potenza il vecchio ancora sull’uscio, per poi scomparire tra le pietre di argenteo granito della torre.
Quelle parole, pronunciate in un’antica lingua, echeggiarono per qualche secondo nell’aria ed improvvisamente il mio cuore incominciò a battere freneticamente. Provai una paura che sapevo di aver sperimentato altre volte, ma che non ricordavo dove e quando, nonostante cercassi freneticamente di scavare nella mia millenaria ma impolverata memoria. In quel momento il tempo sembrò rallentare improvvisamente, come accade nell’intenso attimo di un feroce combattimento quando sembra che la vita stia inesorabilmente per finire. Un attimo che pur durando una frazione di Mepot, è talmente dilatato che si ha tutto il tempo di pensare con lucidità e di ragionare con calma.
Quell’antica e misteriosa lingua di Arofatem esprimeva una potenza che si poteva toccare con mano e addirittura sembrava possedere il potere di dominare il tempo, il tiranno dei tiranni. E così in quell’istante il tempo fece un passo indietro. Sembrava essersi arrestato, inaspettatamente disarcionato dal suo infaticabile cavallo, dall’oscuro schiaffo di quella frase.
L’aria divenne pesante e il grilli purpurei, che fino a quel momento non avevano mai smesso di cantare, improvvisamente zittirono. Tutto fece silenzio, come se la natura fosse stata colta di sorpresa da quelle parole terribili pronunciate dal vecchio Atirev.
Il cavallo, in piedi, mi fissava. Vedevo la muscolatura contratta dei suoi fianchi e le vene verdastre che solcavano la sua pancia, in tensione per lo sforzo, mentre un petalo bianco di blancarino di montagna scendeva lentissimo sopra la mia testa. Sembrava quasi fermo nell’aria e cadeva talmente piano che pareva trattenuto da una mano invisibile, che lo portava a terra con indolenza.
Dopo qualche attimo, appena si estinse completamente l’eco di quelle parole gridate dal vecchio Atirev, come svegliato da un incantesimo, il tempo sembrò ricominciare a procedere, impacciato, claudicante, ma ancora spaventato, in un imbarazzo che sconcertava anche me che osservavo, ancora steso a terra, quanto accadeva.
Con estrema lentezza il fiero cavallo si abbassò, quasi come se la forza di gravità stessa avesse smesso di attrarre a sé quel corpo possente e muscoloso. Una volta a terra con tutte e quattro le zampe e come se niente fosse successo, incominciò a brucare gli sparuti cespuglietti d’erba che circondavano il pianoro di Acrecir.
In fretta, rincuorato dal frinito dei grilli purpurei, che ricominciarono a cantare in un crescendo sempre più acuto, raccolsi la borsa di cuoio e corsi verso la breccia della torre.
Il tempo sembrava, ormai, aver ripreso il suo inesorabile ritmo.
Entrai nel torrione, facendomi largo tra numerosi volumi malamente impilati e qualche balla di fieno per trovare le scale che mi conducessero al piano superiore, dove sapevo essere il vecchio saggio. Appena salito, scorsi il vecchio dietro una monumentale scrivania che mi guardava. Era chiaro che mi aspettava. Lo dedussi dalle numerosissime fiaccole e candele accese che illuminavano a giorno quell’immensa sala, scarsamente rischiarata dal sole Atineres, del quale pochissimi raggi penetravano con estrema fatica dalle strettissime feritoie che guardavano ad est, dalle quali filtrava una esile strisciolina di luce.
Le pietre che costituivano le possenti pareti di quel grande ambiente erano molto più scure e annerite di quelle che costruivano i muri esterni. Evidentemente a causa del nerofumo delle fiaccole e delle candele che avevano illuminato quell’antro nelle lunghissime veglie del saggio Atirev. Sulla parete che guardava ad ovest, si incastrava una stretta scala che sembrava scolpita nel granito, ma che sporgeva dalla parete stessa e che saliva fino ad una maestosa volta a botte nella quale si apriva un quadrato dentro il quale si inerpicava ancora la scala, inghiottita dall’oscurità.
Il vecchio, seduto, mi osservava. I suoi occhi erano severi ed i segni di mepot erano stati inclementi col suo volto.
“Forse – pensai - avevo impiegato molto tempo per convincermi del mio destino. Forse non accettavo ciò che la storia mi aveva riservato”.
Questo, forse, il motivo che mi aveva spinto a ritardare di qualche giorno la partenza dai pianori di Atrebil. Ed il motivo del mio ritardo a quell’appuntamento era un folle tentativo di ricalcitrare nei confronti di una storia che praticamente sapevo già scritta.
“Oggi è un grande giorno”, sentenziò Atirev con la sua voce grave e flemmatica.
“Tu incomincerai ad invecchiare ed io – disse abbassando lo sguardo a terra e prendendosi una lunga pausa - a morire. Prenderai il mio posto nella torre di Acrecir”.
Le sue parole erano scandite con forza, ma pronunciate con estrema lentezza. Sembrava che con il movimento dei suoi occhi mi imponesse di seguirlo con estrema attenzione e le parole scandite a voce alta assomigliavano a quelle pronunciate da un maestro che tenta di far mandare a memoria una poesia ai suoi alunni.
E oggi, dopo quasi mille anni, ricordo con vivida presenza ogni sillaba che quel giorno fu pronunciata, ogni inflessione di quella breve conversazione che avvenne tra me ed il vecchio nella torre degli undici merli; ricordo, ancora oggi, ogni parola della sua ultima rivelazione.
“Ma soprattutto ricorderai, - continuò – perché il tuo destino è essere memoria dell’Impero di Arofatem”.
Aveva un grande libro davanti, con la coperta in cuoio grezzo. C’era una panca, davanti alla scrivania impolverata. Mi sedetti fremente ad ascoltare quelle parole che il vecchio saggio pronunciava lentamente e con gli occhi bassi. E la sua barba era così fitta che si poteva soltanto immaginare l’esistenza di una bocca. Così che quando parlava, sembrava che lo facesse con tutto il volto.
“E la storia che hai vissuto – continuò - questa storia, la scriverai e la conserverai gelosamente. Imparerai l’arte della lettura e della scrittura, che considererai sacre. Ne rimarrai l’unico depositario. E bada che nessun abitante dell’impero ne possieda il potere, perché la Parola crea e distrugge. Chi possiede la parola, possiede l’arte del dio.
Questa storia – mi mostrava con lentezza ieratica quel pesante volume in cuoio con le pagine tutte bianche - la racconterai, e la racconterai ancora, finché vivrai. E un giorno, forse, qualcuno ne parlerà”.
A queste parole il vecchio saggio si commosse. Una lacrima scintillava sulla sia guancia destra mentre lentamente si preoccupava di darmi le ultime istruzioni prima dell’ultimo viaggio che doveva intraprendere per la Valle dell’Invidia, passando per il Fosso dell’Arroganza, giù fino alle Spiagge della Solitudine.
“Si – continuò fermandosi qualche attimo – qualcuno ne parlerà. E’ questa la grande speranza. La speranza per Atrebil e per l’impero diviso di Arofatem è che qualcuno, legga questa storia.
E ogni essere vivente che leggerà queste pagine, non potrà non vivere con timore le gesta del generoso Onarvos di Atrebil, o non potrà non accendersi di fronte all’impeto dell’ira dei potenti cavalieri Erfort ed Ocinab, o non potrà non innamorarsi della regale bellezza di Aizitel, la misteriosa sovrana degli arcieri di Atirac, e la sua voce sarà rotta dal terrore quando nominerà le oscure orde del male capeggiate dal nero signore di Elam, che mossero a battaglia contro i prodi cavalieri di Atrebil. Scriverai tutto. Ogni dettaglio di questa storia. Perché questi epici personaggi vivano per sempre e questi eventi, straordinari e terribili, siano di monito per tutti coloro che leggeranno. Porgi l’orecchio, allora, mio successore e Guardiano della Memoria. Ascolta le mie ultime parole, perché anch’esse fanno parte di questo libro che stai per scrivere e promettimi di non richiudere questo volume, Ogigas di Atrebil, finché non avrai scritto l’ultima parola.
Dopo aver compiuto anche quest’ultimo dovere, lascerò questa torre. La torre degli undici merli, che ha per corona la sconfitta ed il dolore. Il merlo di Bora è crollato. Col potere della mia potente parola niente ho potuto. E fin quando il torrione non sarà ricostruito nel suo antico splendore, l’impero è in pericolo, perché sempre più debole diviene il nostro potere.
Non dimenticarlo, potente Ogigas. Solo la parola potrà far risorgere il vento di Grecale. E può ricostruire il merlo di Bora. Ma non ne basta una sola. Nonostante la potente magia che possiede ogni parola pronunciata nell’antica lingua Asnorep. Serve, per la risurrezione, una formula complessa da pronunciare tutta d’un fiato, composta da tutte le parole che scriverai e comporranno questa storia.”
Lo guardavo con una espressione che venne letta dal vecchio come una pressante richiesta di ulteriori informazioni. Tanto che mi rimproverò di non aver ancora colto lo spirito profondo del suo insegnamento.
“Devi scrivere, Ogigas, questo è da oggi il tuo compito: mettere per iscritto la storia che hai vissuto, fin dove arriva la luce della tua memoria. La tua storia, la nostra storia, ha tutto il potere della parola. Solo con essa e per mezzo di essa possiamo salvare il nostro impero ed il mondo futuro che nascerà dalle sue ceneri. E per fare questo hai solo mille anni di tempo. Solo altri mille anni. Ed il tuo racconto, la storia che scriverai, sopravviverà a te ed al nostro mondo. E sarà letta e riletta. E forse il suo senso profondo sarà compreso appieno da un elfo o da un essere di un mondo sconosciuto che verrà. E con questa parola lo salverà.
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