Il 'Mare' paradigma dell'Uomo

E’ un racconto affascinante, dove il narratore, dal suo complesso retroterra culturale, inizia una ricerca che si erge ad emblema della “Ricerca” dell’uomo. E’ un racconto che va letto più volte, meditato, da non perdere.

A differenza dell’Ulisse dantesco, che cade vittima della sua stessa follia, Simòn, protagonista assoluto del racconto di Tommaso Travaglino, riesce a capire la sua limitatezza di uomo e si ferma a constatare, anche se con un certo dispetto, che quelle “ante”, quelle ante, che sono la porta attraverso la quale egli potrebbe giungere alla Verità e ai segreti di Dio, non gli si apriranno mai.
E’ un viaggio onirico, improntato al ricordo di una stagione che fu, una stagione terribile e nello stesso tempo sognante, perché Simòn aveva in un certo senso raggiunto la felicità nell’aereo e puro amore verso la delicata e gentile Francesca, che rappresenta, nell’universo multiforme di Simòn, tutto proteso alla continua ricerca della verità, un’ancora di salvezza, che non lo trascina nel gorgo della pazzia.
Ma è un attimo solo e il ricordo di quella bella e aureolata Francesca si dissolve ben presto, perché Simòn si immerge di nuovo in quella profondità misteriosa che è la ricerca della verità.
Le tappe di questo viaggio ieratico e nello stesso tempo onirico sono scandite da progressi e da regressi. Una mano misteriosa lo spinge verso l’abisso: è quello della follia; ma un’altra mano e un’altra voce lo tirano fuori da quel pozzo profondo della notte per riportarlo alla luce e all’amore.
E l’amore, forse, è l’unico porto dove approda la “navicella” del nostro profondo malessere di uomini dibattuti tra il conoscibile e l’inconoscibile. E’ proprio l’inconoscibile che ci incute paura, tremiti e accessi di albagia, dai quali l’uomo si deve liberare e ciò può avvenire solo con una profonda fede verso l’inconoscibile. Se noi avessimo potuto veder tutto, non c’era bisogno che Maria partorisse Cristo, dice Dante; quindi “state contenti al quia” o uomini e non tentate di toccare corde che, anche se compulsate, non suoneranno mai. Solo la fede ci può salvare dall’abisso della pazzia e del tormento.
Una prosa che alterna moduli quotidiani, leggibili a moduli aulici direi esoterici, da iniziati. Quando l’uomo si inabissa nella profondità dei concetti, le parole e il dettato assumono registri di alto livello simbolico, mentre, quando egli vuole descrivere la quotidianità e la prosaicità della vita, il registro diventa più accessibile e più a portata di mano.
Simòn, nonostante la sua profonda cultura del mondo ebraico eterodosso ed ortodosso, non è in grado di far aprire quelle ante; anch’egli, come tanti altri, deve fermarsi nella sua affannosa ricerca; se va oltre o tenta di andare oltre, è risucchiato nel gorgo della follia, che lo porterà alla morte del corpo e a quella dell’anima.
Simòn, a tratti, viene colpito da una voce che lo chiama: è la voce della coscienza che lo invita a non profondarsi troppo nella sua ricerca; come se quella voce gli dicesse: sii semplice, non presumere; ricordati che è dei semplici e dei poveri di spirito il paradiso.
Quanti filosofi, e di quelli acuti e profondi, hanno tentato di penetrare nei segreti dell’universo, cioè di Dio, ma i loro sforzi si sono infranti contro un muro impenetrabile. Nessuno di essi, fino a questo momento, è riuscito a rispondere a queste tre domande: chi siamo? Da dove veniamo? E dove andiamo? E certamente nemmeno Simòn nel suo lodevole tentativo ci riesce, perché solo la fede ha risposto a tali tre domande.
Ed allora Simòn ritorna ad essere quello che era prima che si sprofondasse nella difficile operazione di decrittazione delle pagine irte di problemi della Toràh. E quando ritorna ad essere semplice, quando ritorna alla quotidianità, alla vita di ogni giorno, fatta di piccole cose, ma degne di significato, è un uomo normale. A che servono le alte disquisizioni filosofiche e teologiche; a che servono i sofisticati bizantinismi; a che servono gli acrobatici arzigogoli quando tutto ciò non è sorretto dalla saggezza e dalla sapienza? E’ difficile passare dall’erudizione alla sapienza: occorre una dose eccessiva di semplicità che, ahimè molti politici e molti filosofi nostrani non posseggono. Dio preferisce la buona vecchietta che prega dal profondo del cuore e non certamente l’ipocrisia di coloro che per bassa cucina fingono di invocare Dio quando fa loro comodo.
Il lungo racconto di Tommaso Travaglino ci invita a non andare oltre i limiti a noi consentiti. E’ un monito per coloro che “presummono” troppo; è una raccomandazione fatta sul filo di una prosa altalenante tra aulicità e prosaicità. Quindi un libro che occorre leggere più volte e attentamente per cercare di capirne l’alto significato morale e pedagogico, che è sotteso al “fantastico” viaggio che Simòn intraprende sulle ali della memoria.
L’ebreo, ancora oggi, è ossessionato da quel nefasto ricordo di croci uncinate, di campi di concentramento; ma non può dimenticare anche le torture, le sevizie e le morti subite nelle fredde regioni della Siberia e negli agghiaccianti lager comunisti.

Di Luigi Piccirilli


Dal 'Cogito' del 11-05-2003

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