'Cogito' regala un libro

Grossa iniziativa editoriale. Il prossimo 11 maggio, con l’uscita di Cogito, che per l’occasione sarà stampato in 12.000 copie (ben 3000 in più del solito, in regalo a tutti i lettori il romanzo del nostro direttore, Tommaso Travaglino, pubblicato nel 1999.

Un profondo e intenso viaggio dentro se stesso, estremamente coinvolgente, toccante, commovente. E' il racconto di Tommaso Travaglino.
La storia narra di Simòn, studioso di letteratura ebraica o forse addirittura ebreo, vissuto nell'Italia degli ultimi anni sessanta, che vive una esperienza surreale tutt'altro che comune e ovvia. Giornalista, scrittore, ossessionato dalla Ricerca, a trent'anni di distanza, il narratore "racconta" in modo convulso e pregnante un'esperienza che culmina con visioni e con una sorta di follia mistica che conduce il protagonista all'ospedale, forse in manicomio.
Un testo certo, un po' difficile, ma affascinante e profondo. Il racconto del Travaglino è una immensa metafora. Ogni rigo, ogni parola sembra rimandare ad altri significati, a fantasmi che solo un ebreo o un profondo conoscitore dell'ebraismo ortodosso ed eterodosso sembra comprendere. Un libro da iniziati, quindi; testo che si presta a diversi livelli di lettura, ma non per tutti.
Lo stile è scorrevole e a volte intenso. Le parole sono pesate, pregnanti, non messe lì a caso. La realtà, spessissimo, è pregna di surreale. Il Travaglino sembra uscito dalla scuola di Marquez. Il libro "Il Mare Perduto" costa 15 euro e verrà regalato a tutti i lettori di Cogito, allegato al prossimo giornale. Da leggere, assolutamente.
E' un racconto autobiografico?
“Assolutamente no! E' un testo - afferma il Travaglino - che si nutre di un contesto che certo, conosco. Ma l'autore non è mai il narratore”.
Spesso però l'autore si nasconde dietro il narratore.
“Certo. E' possibile. Ma non è sempre vero. Un romanzo spesso è un'opera che esprime un messaggio, uno stato interiore; che esprime o tenta di esprimere l'inesprimibile, che rimanda ad altro. Quando questa vibrazione riesce a mandare in "risonanza" lo spirito di chi legge, allora l'opera ha valore. Direi piuttosto che il romanzo esprime il lettore, più che l'autore”.
Non potevi, magari in appendice, redigere un glossario per spiegare alcuni termini che il comune lettore non conosce?
“Non l'ho fatto. Volutamente. Il romanzo non si rivolge al lettore "comune". "Il Mare Perduto" non è un'opera di divulgazione. Anche se avessi redatto un glossario, o avessi elaborato una ricca premessa per introdurre il significato di alcuni termini, non avrei risolto granché. Avrei dovuto farlo per ogni virgola, ogni parola, ogni espressione”.
In che senso?
“Faccio un esempio. Quando Simòn se la prende col tempo o descrive quello che racconta come "memoria", le espressioni stanno a significare tutt'altro di ciò che intendiamo oggi.
Il pio israelita rivive e fa propria la storia dei padri. L'olocausto, quindi, è la sua storia, come lo è l'esilio babilonese o i secoli di diaspora. Questi non può assolutamente dimenticare : il passato è un libro aperto, è l'altro Libro, è la dimensione dinamica della Parola attraverso la quale Dio si rivela e parla alla sua vita. L'ebreo è in perenne ascolto e la storia parla alla sua vita perché è Dio che parla attraverso di essa. L'ebreo non può, quindi, assolutamente dimenticare: è in ballo la sua vita, la sua identità, il senso della sua storia. E' il concetto di memoriale, appunto, che esige la identificazione, anche nel passato, al ceppo etnico di appartenenza. Passato che rivive, dunque, che irrompe nel presente e che in un certo senso è presente. Evocare il passato significa allora richiamarlo in tutta la sua pesantezza, gravità, gloria.
Quando Simòn racconta, allora, è come se rivivesse realmente quanto ha vissuto trent'anni prima. Per questo è stanco. Vivere più volte una storia così spossante…”
Il Romanzo non è a lieto fine …
“Non è detto. L'ultimo atto che il protagonista compie rende questa storia, una storia infinita”.

Di Giuseppe Giacco


Dal 'Cogito' del 11-05-2003

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